Il processo Pelicot è iniziato lo scorso 2 settembre e continuerà, probabilmente, fino a dicembre.

Si tratta di uno dei casi di stupro più agghiaccianti della storia e sta sconvolgendo la Francia intera: una donna, Gisèle Pelicot, è stata drogata e stuprata per 10 anni, per circa 200 volte da più di 70 uomini, incluso suo marito, a sua completa insaputa e per preciso volere di quest’ultimo.
Una vicenda che ha dell’orribile, che evoca scenari in cui individui mostruosi si riuniscono per commettere crimini indicibili ma che, in realtà, fa luce su aspetti culturali radicati nella società così detta “civile” molto più di quanto si creda.

Il significato del consenso

Gli stupratori venivano contattati su internet e invitati da Dominique Pelicot in casa sua e della sua coniuge. A loro era richiesta una procedura meticolosa di svestizione e pulizia prima dell’abuso, al fine di evitare di lasciare segni della propria presenza in casa e della propria violenza sulla donna.
La procedura conferma che la donna non ha mai dato alcun consenso al marito e che, nonostante il racconto di alcuni degli accusati, non poteva trattarsi di un gioco per il quale i due coniugi si erano messi d’accordo.

E’ incredibile pensare che a nessuno di questi 50 uomini (per citare solo quelli già incriminati, un’altra ventina sono ancora da identificare) sia venuto in mente che il consenso all’atto sessuale debba essere dato dalla persona con la quale l’atto avviene e non per delega a qualsiasi altra persona. Il consenso, come ribadiscono le femministe già da decenni, deve essere libero e non viziato dall’inganno o da sostanze che inibiscono la volontà.

Il consenso alla sessualità deve essere evidente e di tale consenso le parti devono essere certe dall’inizio alla fine. Non basta un sì iniziale perché una delle persone potrebbe cambiare idea/volontà nel corso dell’atto sessuale e dovrebbe pertanto avere, in ogni istante, la possibilità di sottrarsi e di esprimere il proprio dissenso.
Questo, evidentemente, non è stato il caso per Gisèle Pelicot che non ha mai dato neanche il consenso iniziale allo stupro da parte di decine di sconosciuti.

Un processo storico

Questo processo passerà alla storia perché Gisèle Pelicot, contrariamente a tante vittime di stupro, ha chiesto che si svolga a porte aperte, perché tutti sappiano, perché le donne possano capire cosa è successo ed evitare che capiti anche a loro, perché i colpevoli vengano giudicati come tali e la vittima possa ricevere rispetto e supporto.
In tutta la Francia sono state numerose le manifestazioni di solidarietà per questa settantunenne coraggiosa e determinata.

Uno spaccato degli uomini comuni della Francia

Come si fa ad abusare di una sconosciuta senza essere certi che questa sia consenziente? Come si fa a pensare che una persona possa accettare di farsi addormentare e di rimanere in stato di completa incoscienza mentre qualcun altro abusa del proprio corpo?
Verrebbe da dire che solo un idiota potrebbe pensare una cosa simile. E che, se invece non ha potuto pensarlo neanche per un solo istante, allora ha acconsentito ad una violenza atroce, meschina e vigliacca.

Solo uno, tra gli imputati, ha dichiarato di aver creduto che la donna sapesse tutto di questo strano “gioco”. Solo uno, quindi, si è giustificato ammettendo di essere un idiota. Tutti gli altri non hanno potuto farlo, specialmente dopo le dichiarazioni del marito della vittima, che ha confermato, il 17 settembre, che tutti gli “invitati” sapevano esattamente cosa stesse accadendo.
Alcuni degli uomini invitati, alla vista della donna narcotizzata, sono scappati via ma nessuno di loro ha denunciato. A nessuno di loro è passato per la testa che Dominique Pelicot stesse orchestrando un orrendo crimine ai danni di sua moglie e che, per questa, ragione dovesse essere denunciato.

Ma chi sono questi vigliacchi? Quale deprecabile e inimmaginabile vita stavano conducendo per macchiarsi di un tale, orrendo reato?
Nessuna. Gli imputati, con un’età compresa tra i 26 e i 74 anni, sono uomini per così dire “normali”, di quelli che potrebbero vivere e lavorare nei posti che frequentiamo tutti i giorni.
Single e sposati, padri e lavoratori, tutti uomini “comuni”, insospettabili e incensurati: un direttore di supermercato, un pilota, un decoratore, un bracciante, un paramedico.

La cultura dello stupro

Se questi uomini possono essere definiti “normali” allora normale deve essere stata anche la loro percezione dello stupro di cui sono stati partecipi. Normale devono aver pensato che fosse “accoppiarsi” con un corpo simile a quello di una persona morta; normale devono aver considerato l’invito di un marito ad abusare della propria moglie; normale anche il farsi filmare durante lo stupro.

Una cultura dello stupro che scavalca ogni dubbio sui diritti della persona e ogni elementare nozione sul rispetto delle donne. Un comportamento che fa insorgere domande inquietanti su cosa passi veramente nella testa dell’uomo “normale” e su quanto riesca veramente a comprendere che non tutti i suoi desideri sono effettivamente realizzabili.

Pelicot e il proselitismo

Un aspetto che turba particolarmente è sapere che alcuni uomini, avendo scoperto le malefatte di Dominique Pelicot abbiano pensato di riprodurre la stessa pratica con le proprie consorti.
E’ il caso di Jean-Pierre Maréchal, che, dopo essere stato contattato da Pelicot, ha acconsentito a replicare la metodologia del suo mentore, somministrando droghe alla propria moglie affinché Pelicot potesse abusarne.
Definire Maréchal un fanatico idiota sarebbe veramente troppo generoso e benevolo nei suoi confronti.

E che dire di Dominique Pelicot che, forse con il maldestro tentativo di ottenere uno sconto di pena, ha espresso il suo desiderio di riconciliarsi con la moglie, chiedendole di perdonarlo e affermando: “Gisèle non si meritava tutto questo”.

Cosa vuol dire esattamente? Che Gisèle non lo meritava ma il suo corpo sì? come se le due identità potessero essere distinte e il corpo della donna potesse essere considerato un semplice oggetto?
Pelicot, non potresti essere perdonato neanche se chiedessi scusa a tutto il genere umano perché sono in tanti e tante a vergognarsi di appartenere alla tua stessa specie.

La copertura dei media italiani

Come c’era da aspettarsi il processo Pelicot ha avuto grande attenzione da parte dei media francesi perché sembra aver svelato uno dei lati più oscuri di una cultura violenta e patriarcale presente tra gli uomini francesi. Un episodio che, per il numero e la varietà di individui coinvolti, non può essere considerato come un caso isolato ma bensì come un “campione” ben rappresentativo della popolazione maschile “normale”.

In Italia il caso Pelicot, non ha ricevuto la stessa importanza da parte dei media. Non credo che questa assenza sia giustificabile dal fatto che Mazan, la cittadina teatro di questa terribile vicenda, si trovi fuori dai confini nazionali. Mazan dista a meno di 300 Km da Sanremo e si trova in Provenza, nella civilissima Francia, uno dei paesi che confina con l’Italia e che, con il nostro paese, condivide numerosi aspetti culturali.

Forse questa vicenda così raccapricciante va al di là della comprensione dei tanti che preferiscono attribuire la comoda etichetta di “mostro” a tutti gli stupratori, confinandoli in una dimensione diversa dalla quotidianità.
Forse l’idea che molti di questi uomini siano dei lavoratori e padri di famiglia mette a disagio coloro che considerano il nucleo familiare classico come l’unica istituzione in grado di salvaguardare i valori positivi della nostra società.
Forse la figura di Gisèle Pelicot, una combattiva settantunenne consapevole e determinata, si colloca male nell’interminabile serie di storie di donne narrate esclusivamente come vittime, come perdenti, spesso incapaci di reagire e di denunciare, succubi di compagni violenti e destinate spesso a morire per mano loro. Una rappresentazione delle donne che tende ad intimidirle, a suggerire che la loro posizione di debolezza non può essere ribaltata, che gli uomini vanno temuti e non denunciati e rimessi al posto loro.

Il coraggio di Gisèle

La denuncia di Gisèle Pelicot, la sua condotta durante il processo e la sua volontà di renderlo pubblico in ogni parte hanno ribaltato in maniera sostanziale il modo in cui lo stupro viene spesso trattato.
La vergogna della vittima non ha più ragione di esistere e si riversa tutta sugli stupratori e sulla loro meschinità.

Forza Gisèle, siamo tutte e tutti con te.

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