Il femminismo contro la legge del più forte

Dalla violenza patriarcale all’occupazione coloniale: le oppressioni condividono la stessa logica. Per questo la solidarietà femminista con la Palestina non è un’opzione, ma una scelta obbligata.

In questi giorni, scandagliando la rete qua e là alla ricerca di una conferma ad un pensiero che avevo in testa da mesi, mi sono imbattuta in una frase attribuita alla giornalista e scrittrice palestinese Mariam Barghouti, secondo la quale il femminismo non può sostenere alcuna forma di razzismo, supremazia o dominio oppressivo.
Queste poche parole esprimono perfettamente l’essenza del femminismo intersezionale, generato da un principio semplice e radicale: non può esistere emancipazione vera se avviene a scapito di qualcun altro.

Il femminismo intersezionale

Il femminismo intersezionale è tale perché riconosce l’intreccio tra sessismo, razzismo, colonialismo e ogni altra forma di dominio, e li rifiuta tutti.
Questa prospettiva ci è già stata presentata e ribadita da molte pensatrici femministe come, ad esempio, Audre Lorde (Harlem NY 18/02/1934 – Santa Cruz USVI 17/11/1992) la quale scriveva che “non esistono gerarchie dell’oppressione”, nel senso che non si può lottare contro il sessismo chiudendo gli occhi di fronte al razzismo, al colonialismo o alla violenza militare.
Anche bell hooks (Hopkinsville KY 25/09/1952 – Berea KY15712/2021) e Patricia Hill Collins (Filadelfia PA 01/05/1948), tra le altre, hanno sostenuto e dimostrato che le diverse forme di discriminazione non agiscono isolate ma sono strettamente intrecciate e si rafforzano a vicenda.
Pertanto una lotta parziale, che lasci indietro una delle forme di discriminazione e dominio sopracitate, non può essere considerata efficace e risolutiva perché non conduce alla vera liberazione.

La legge del più forte

Viene da chiedersi: ma cosa sta alla base di queste forme di oppressione? Cosa le genera?
Credo di poter affermare con una certa sicurezza che la matrice di tutto, ovvero la radice comune, sia inequivocabilmente “la legge del più forte”.
È l’idea secondo la quale chi detiene più potere, che sia fisico, economico o politico, abbia il diritto di imporsi sugli altri.
È evidente il parallelo tra la situazione femminile e la causa Palestinese. La logica che ha giustificato per secoli la sottomissione delle donne tramite violenze e abusi, emarginazione politica ed esclusione economica ricalca in modo tristemente simile quello che la popolazione della Palestina subisce da decenni e tutt’ora sta subendo in un continuo crescendo di violenza e disumanizzazione, tanto che, nell’indifferenza consapevole della maggior parte dei paesi europei e non solo, rischiamo di assistere alla cancellazione di un popolo e dei suoi sogni, legittimi, di autodeterminazione.

I tre livelli dell’autodeterminazione


Il concetto di autodeterminazione, cuore delle lotte femministe, ci unisce ai popoli oppressi e ci fa promotori della stessa causa: siamo parte della stessa battaglia.
Le donne hanno rivendicato per secoli il diritto di decidere del proprio corpo, della propria vita e delle proprie scelte così come i popoli sotto occupazione rivendicano il diritto a determinare il proprio futuro in maniera autonoma. Ma soprattutto, rivendicano il diritto alla vita e alla libertà.
Possiamo distinguere tre livelli di autodeterminazione:
1 – Individuale, quando le donne, ad esempio, affermano il principio secondo il quale “il corpo è mio e decido io”;
2 – Collettiva, sancita anche dalla Carta delle Nazioni Unite, quando un popolo rivendica la propria sovranità;
3 – Universale, come etica che lega il personale al politico, affermando che nessuna libertà è autentica se si fonda sulla negazione di quella altrui.

Il femminismo e l’Islam

Contro questa mia presa di posizione in difesa del popolo palestinese (e di tante altre femministe, associazioni o private cittadine) mi (ci) viene spesso mossa l’obiezione di come posso (possiamo) sostenere la Palestina, paese che appartiene al contesto islamico, lo stesso contesto Mediorientale in cui paesi come Iran e Afghanistan negano alle donne anche i diritti più basilari.
La domanda è superficiale mentre la risposta, chiara e diretta, sorge dalla percezione della sofferenza e dal riconoscimento di precise dinamiche applicate in altri contesti.
Come femministe abbiamo sempre denunciato, e sempre lo faremo, le discriminazioni sessiste, ovunque avvengano. Condannare l’occupazione e la violenza coloniale non vuol dire approvare o legittimare i soprusi che le donne subiscono in determinati paesi. La nostra protesta non riguarda stati e religioni ma il principio universale dell’autodeterminazione; la nostra voce si leva contro la cancellazione sistematica di un popolo, negazione profonda di ogni principio di giustizia.

La libertà non è divisibile

Il femminismo ha insito in sé il rifiuto della logica del dominio.
Chi conosce l’oppressione patriarcale, chi lotta contro il sessismo e la marginalizzazione, riconosce i meccanismi della discriminazione in ogni contesto. La legge del più forte che giustifica lo stupro e la violenza di genere è la stessa che giustifica l’occupazione militare, l’apartheid ed il colonialismo.
Per questo motivo la solidarietà femminista alla causa palestinese non è un accessorio ideologico ma una conseguenza naturale e necessaria di una visione del mondo che vuole giustizia, libertà e dignità per ogni essere umano in quanto tale.
Essere femministe significa sapere che la libertà non è divisibile, l’emancipazione parziale non funziona. Se una donna, un popolo, un qualsiasi individuo è oppresso, nessuna e nessuno di noi può considerarsi veramente libero.

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