La decolonizzazione dei corpi femminili

Ho il piacere di pubblicare l’intervento di Yordanos Tesfaye Hayle  dell’associazione Nosotras di Firenze sulla decolonizzazione dei corpi femminili.

L’associazione Nosotras si occupa dell’accoglienza e dell’empowerment delle donne migranti, contrastando i fenomeni di discriminazione e violenza di genere. Yordanos è Referente del team Empowerment di Comunità e il suo intervento è stato realizzato per il Festival del Fiume 2026 della Val di Sieve. 

Il significato della parola

“Riflettendo sul tema di questo pomeriggio, la decolonizzazione dei corpi, penso che sia necessaria un’analisi della parola “decolonizzazione”.
Siamo abituati a pensare alla colonizzazione come a qualcosa che riguarda i territori, i confini, le risorse, il potere politico. Però se parliamo di corpi, forse dobbiamo allargare questa idea. Che cosa significa colonizzare un corpo?
Forse significa anche stabilire dall’esterno che cosa quel corpo è, che cosa può essere, come deve comportarsi, quale posto deve occupare. Quindi la decolonizzazione potrebbe essere, prima di tutto, un processo di restituzione. Restituire al corpo la possibilità di non essere definito completamente dall’esterno.
ll corpo femminile è stato per secoli, e continua ad essere, un luogo sul quale si depositano significati che non gli appartengono necessariamente. Il corpo della donna è stato definito attraverso la maternità, la sessualità, la famiglia, la morale, la religione, la medicina, la bellezza.
È stato detto come debba vestirsi, desiderare, quando debba essere madre e come, quanto debba mostrare il proprio corpo e quanto invece debba nasconderlo. In altre parole, prima ancora di essere un corpo vissuto da una persona, il corpo femminile è stato spesso trattato come un corpo da interpretare, disciplinare, classificare. Ed è qui che, secondo me, la decolonizzazione diventa profondamente legata alla violenza di genere.

Il legame con la violenza di genere

Perché la violenza non nasce soltanto quando qualcuno compie un atto violento. Esiste anche un terreno precedente, fatto di idee, aspettative e gerarchie, nel quale il corpo dell’altra persona può smettere di essere percepito come pienamente suo. La violenza può allora diventare l’estrema conseguenza di qualcosa che prima abbiamo imparato a considerare normale: che sul corpo femminile si possa avere una parola in più.
Questo mi porta a una domanda che per me è centrale: chi ha il potere di dare un significato al corpo di una donna? Perché il potere non consiste soltanto nel poter imporre qualcosa, c’è anche un potere più sottile: quello di nominare. Quando nomino qualcuno, quando lo classifico, quando stabilisco che cosa è e che cosa dovrebbe essere, sto costruendo una cornice dentro la quale quella persona viene vista. Le categorie possono essere utili, ma possono anche diventare gabbie.
La decolonizzazione ci chiede uno sforzo: non confondere la nostra descrizione dell’altro con l’altro stesso.
Una donna non è soltanto ciò che riusciamo a riconoscere di lei, ed è evidente quando parliamo di emancipazione perché anche la libertà può essere colonizzata. Possiamo dire a una donna che nessuno deve più decidere per lei e, contemporaneamente, costruire un’immagine molto precisa di come dovrebbe essere una donna libera.

Deve lavorare? Deve essere economicamente indipendente? Deve avere una determinata relazione con la sessualità? Deve essere madre oppure scegliere di non esserlo? Deve liberarsi da certe tradizioni? Deve vivere la propria autonomia secondo un modello che abbiamo già stabilito?

 La contraddizione

Qui emerge una contraddizione che trovo interessante. Se la libertà viene definita interamente dall’esterno, quanto è ancora libertà? Non significa che tutte le scelte siano equivalenti. Una scelta può essere condizionata dalla paura, dal ricatto, dalla dipendenza, dalla disuguaglianza o dalla violenza. Ma riconoscere questi condizionamenti non dovrebbe portare automaticamente a sostituire la scelta della persona con la nostra. Dovrebbe portare a chiedere quali condizioni rendono possibile una scelta realmente libera. E questo, secondo me, è un punto fondamentale della decolonizzazione: non decidere quale debba essere il risultato della libertà, ma creare le condizioni perché la persona possa produrre il proprio risultato. È una differenza piccola nelle parole, ma enorme nelle conseguenze ed è una questione che incontro anche nel mio lavoro.
Lavoro nell’accoglienza con donne che hanno attraversato situazioni di violenza e fragilità. Una parte del nostro lavoro consiste proprio nel creare condizioni: una casa, un lavoro, la possibilità di studiare, di ricostruire relazioni, di recuperare autonomia.
Ma proprio lavorando in questo ambito mi sono posta una domanda: quando supporto qualcuno ad autodeterminarsi, quanto della mia idea di “vita migliore” sto mettendo dentro quell’autodeterminazione? È una domanda scomoda, perché nasce da un lavoro che vuole fare del bene. Ma forse la decolonizzazione passa anche da qui: dalla capacità di mettere in discussione persino le categorie che utilizziamo quando pensiamo di stare aiutando.

Il diritto all’opacità.

Édouard Glissant ha elaborato un concetto interessante: il diritto all’opacità. L’opacità è, in estrema sintesi, il diritto dell’altro a non essere completamente spiegato e reso trasparente ai nostri occhi. È un’idea che trovo molto potente perché mette in discussione una nostra abitudine: quella di pensare che, per rispettare qualcuno, dobbiamo prima comprenderlo. Forse invece una persona ha diritto a essere rispettata anche là dove non riusciamo a comprenderla completamente.

Pensiamo alle domande che spesso vengono rivolte alle donne che subiscono violenza: Perché sei rimasta? Perché non hai denunciato? Perché sei tornata? Perché non te ne sei andata prima?
Sono domande che a volte possono avere una funzione importante; ma altre volte nascondono una pretesa: quella di rendere la storia dell’altra persona perfettamente comprensibile secondo le nostre categorie.
Il diritto all’opacità introduce invece una possibilità diversa: posso non capire completamente una persona senza per questo negarne l’autonomia; posso non conoscere tutta la sua storia senza trasformarla in una storia che abbia senso per me; e soprattutto posso riconoscere una violenza senza pretendere che la persona che l’ha subita diventi completamente leggibile ai miei occhi.

La prospettiva culturale


Questo è importante anche quando parliamo di differenze culturali. Decolonizzare non significa dire che ogni pratica è accettabile perché appartiene a una cultura; ma non significa neanche stabilire che esista una sola forma universale di emancipazione, coincidente con quella che noi abbiamo imparato a considerare normale. Significa invece imparare a distinguere: distinguere tra cultura e coercizione, tra differenza e disuguaglianza, tra scelta e costrizione, tra autodeterminazione e imposizione. E soprattutto significa accettare che l’altra persona non debba diventare uguale a noi per essere libera e forse è proprio questo uno degli aspetti più politici della decolonizzazione. Non si tratta semplicemente di “dare voce” a chi non ne ha, anche perché questa espressione contiene un piccolo paradosso. Chi siamo noi per dare una voce a qualcuno? Forse quella voce esiste già. Il problema è che spesso non la ascoltiamo se non parla nella forma che ci aspettiamo, ed  allora il nostro compito non dovrebbe essere parlare al posto dell’altra persona, né stabilire quale debba essere la sua emancipazione. Dovrebbe essere, piuttosto, fare in modo che possa parlare, scegliere, dissentire, cambiare idea, essere contraddittoria, perfino non essere capita.

Foto diGital Sennin, Unsplash

Il limite della definizione di vittima

Questo riguarda direttamente anche le donne che hanno subito violenza; una donna non dovrebbe essere costretta a rimanere per sempre dentro la definizione di vittima. La violenza che ha subito è reale e deve essere riconosciuta, ma non esaurisce la sua identità. Una donna può essere stata vittima e contemporaneamente essere desiderio, rabbia, amore, ambizione, paura, contraddizione, errore, futuro. Può avere delle parti che noi non conosciamo e forse dobbiamo imparare a non considerare questa parte una mancanza, può essere semplicemente il suo diritto a non essere completamente posseduta dal nostro sguardo. Ed è qui che, per me, decolonizzazione dei corpi e violenza di genere si incontrano davvero. La violenza pretende di ridurre la persona alla posizione che qualcun altro ha stabilito per lei. La decolonizzazione, invece, può essere un movimento opposto: restituire complessità, restituire al corpo la possibilità di significare qualcosa che non avevamo previsto, restituire alla donna la possibilità di essere qualcosa di diverso dalla categoria nella quale l’abbiamo inserita.

Per questo, tornando al mio lavoro, penso che accompagnare una donna verso l’autonomia significa anche accettare che quella autonomia possa assumere una forma che io non avrei scelto per lei; e forse questa è una delle cose più difficili da fare.
Perché è molto più facile sapere cosa è giusto per l’altro che accettare di non saperlo; siamo molto bravi a riconoscere la violenza quando assume una forma evidente, e forse la sfida della decolonizzazione è imparare a riconoscere anche le forme più sottili con cui decidiamo chi l’altro debba essere.

Uno sguardo diverso

Torno alla domanda iniziale: che cosa significa decolonizzare un corpo? Forse non significa semplicemente liberarlo. Significa smettere di pensare che dobbiamo essere noi a stabilire che cosa quel corpo debba diventare una volta liberato. Significa creare spazio: spazio perché una donna possa scegliere senza violenza, spazio perché possa rifiutare, spazio perché possa cambiare idea, spazio perché possa essere diversa da ciò che ci aspettavamo, spazio, persino, perché possa rimanere opaca. E forse un corpo veramente libero non è soltanto un corpo che nessuno può più possedere. È un corpo che non deve più essere tradotto da qualcun altro per avere diritto di esistere secondo la propria misura.
E allora forse la domanda non è soltanto: come liberiamo i corpi? Ma: siamo capaci di accettare che, una volta liberi, quei corpi possano diventare qualcosa che noi non avevamo previsto?

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