L’aborto e la norma del PNRR per le associazioni Pro-Life
Il governo Meloni, con un trucchetto non proprio abilissimo, sta tentando di far passare, all’interno dell’iter di conversione in legge del decreto sul PNRR, una norma che permette alle associazioni anti-abortiste Pro-Life di entrare nei consultori “per proporre strategie alternative all’aborto e per consigliare le donne a prendere una decisione libera”. Queste, a grandi linee, le motivazioni date dal governo in merito ad una norma che, a detta dell’esecutivo, non cambierebbe la legge 194 ma, anzi, ne garantirebbe un’applicazione più giusta e consapevole.
Se non fosse un argomento così serio ed importante mi verrebbe proprio da ridere.
Innanzi tutto per l’escamotage adottato dal governo al livello di iter di approvazione della norma stessa: inserita nella legge di conversione del PNRR come il cavolo a merenda, l’articolo in oggetto è incorporato in un testo sul quale il governo ha intenzione di chiedere la fiducia (anche) al Senato entro il 1° maggio.
Un’idea geniale se non fosse che tale emendamento non cambia l’obiettivo di spesa previsto per il PNRR ed è quindi inserito nel testo solo per raggirare il dibattito aperto e affrettare i tempi di approvazione.
Peccato che se ne sia accorta la portavoce UE per gli Affari economici, Veerle Nuyts e che lo abbia fatto notare al nostro furbissimo esecutivo.
I movimenti anti-aborto
Ma veniamo alla “libertà” di scelta offerta dai movimenti Pro-Life.
Già il nome Pro-Life (o Pro-Vita) mi mette di buon umore perché implica che invece tutti quelli che proteggono un diritto fondamentale delle donne siano invece, per contrapposizione, Pro-Death (a favore della morte).
E’ quasi commovente pensare che questi movimenti, messi di fronte ad una donna che vuole abortire possano riuscire a convincerla che ci siano scelte alternative all’aborto alle quali potrebbe pensare, perché, come sostengono con convinzione, bisognerebbe agire sulle cause che portano le donne a tale decisione: la mancanza di un lavoro stabile oppure la paura di perderlo per via della gravidanza stessa, la mancanza di asili nido e il loro costo elevatissimo, la fragilità delle reti sociali di supporto e, spesso, l’assenza di un partner.
Questi problemi che affliggono l’Italia da decenni non sono – ahimè – risolvibili nell’arco dei novanta giorni all’interno dei quali, in Italia, si può praticare l’aborto legalmente.
Vorrei capire una cosa: gli attivisti dei movimenti Pro-vita & Famiglia sono convinti che una donna arrivi alla decisione di abortire senza avere pensato a tutte le conseguenze della propria azione? senza aver considerato tutte le alternative possibili? senza la consapevolezza di dover portare dentro di sé, per tutta la vita, la tristezza di una simile scelta?
Secondo i movimenti pro-vita esistono donne pro-morte che decidono di abortire a cuor leggero, nella pausa tra l’appuntamento con il parrucchiere e l’aperitivo con le amiche?
E quindi vorrei sapere con quali argomentazioni tali movimenti proverebbero a “dare consiglio” alla donna affinché possa compiere la scelta “liberamente”. Forse, come direbbe Jacopo Coghe, portavoce di “Pro Vita & Famiglia”, facendo leva sul bassissimo tasso di natalità registrato negli ultimi decenni in Italia e quindi offrendo come alternativa ad un bambino mai nato, la nascita di un bambino non voluto.
Il feto può essere considerato una persona già dalle prime settimane di vita? Sì, può darsi; non lo escluderei né a livello filosofico né, tanto meno, sul piano bio-etico. Ma escludo che possa avere gli stessi diritti della persona che lo porta in grembo. L’impossibilità di abortire limita mostruosamente la capacità di autodeterminazione della donna, relegandola ad una sfera dell’esistenza mutilata e, ancora una volta, non paritaria rispetto a quella dell’uomo.

Se gli uomini dovessero scegliere per sé stessi
Immaginiamo una situazione in cui, alla nascita del bambino, si potesse determinare istantaneamente la paternità e si potesse obbligare, per legge, il padre – in qualsiasi condizioni si trovi – a prendersi cura del figlio, anche da solo, fino alla maggiore età.
Solo, senza nessuno con cui condividere le responsabilità e i compiti del genitore, magari lontano dal proprio paese e dalla famiglia di origine, senza un lavoro fisso e comunque costretto a rinunciarvi per dare al neonato tutte le cure necessarie.
Quanti uomini sarebbero disposti ad eliminare la possibilità di abortire in uno scenario così?
Certo, si può sempre valutare di dare il proprio figlio in adozione ma per alcune donne già la gravidanza costituisce un problema ed è per questo che non desiderano portarla a termine.
Mi preme sottolineare un concetto abbastanza semplice ma forse non sempre chiaro: la donna che non vuole una gravidanza deve avere il diritto di interromperla perché la gravidanza è un evento che riguarda il suo corpo al 100% e nessuno può avere il diritto di disporre del corpo di una persona meglio della persona stessa.
Dall’utopia alla realtà
Tutti vorremmo un paese in cui nascessero tanti bambini, tutti desiderati e amati dai propri genitori. Ma questa, per ora, è un’utopia molto lontana e impedire alle donne di abortire legalmente (o spingerle a non farlo) non aiuterebbe a raggiungere l’utopia; costringerebbe, al contrario, tantissime donne ad abortire in modo illegale e con metodi approssimativi, come è sempre accaduto nei paesi in cui l’aborto non era ammesso.
I consultori sono già presenziati da personale specializzato per il supporto alle donne in momenti particolari come la gravidanza. In che modo i gruppi pro-vita potrebbero “aiutare” la donna che ha deciso di abortire, meglio di tale personale? In quale prospettiva il tentativo di dissuadere una donna dal fare una cosa che ha già deciso può essere di supporto alla libera scelta?
Immagino che i gruppi pro-vita presenterebbero proposte alternative anche ad una donna vittima di stupro che, molto comprensibilmente, non ha alcuna intenzione di portare avanti una gravidanza né di dare vita al frutto di una violenza subita.
Allora, se i gruppi pro-vita avranno accesso libero ai consultori, vorrei che lo avessero anche, per par condicio, le femministe, che potrebbero offrire – di sicuro – un “consiglio” di natura diversa per la donna che si appresta a prendere una decisione così importante per la propria vita.
L’obiezione di coscienza
Di fronte alla scelta di tantissimi medici di fare obiezione di coscienza e di rifiutare di praticare l’aborto su richiesta della paziente, tantissime donne, in Italia, sono costrette ad andare in ospedali lontani (anche in regioni diverse da quelle in cui risiedono) per trovare un medico che accolga la propria necessità di intervento.
In questo quadro preoccupante, voglio augurarmi che sempre più studenti e studentesse di medicina decidano di specializzarsi in ginecologia a supporto dell’interruzione volontaria di gravidanza, per far fronte ad una situazione di emergenza che rischia di far cadere le donne italiane in un nuovo oscurantismo istituzionalizzato.
