Foto di Papaioannou Kostas su Unsplash

Da dove viene lo “spirito di gruppo” che lega certi uomini tra di loro come se facessero parte della stessa squadra anche se non si sono mai visti prima?

Mi riferisco a quel loro modo di capirsi, parlarsi e agire che sottintende a valori comuni, ad idee condivise, a trascorsi comuni anche quando questi non ci sono mai stati. Una sorta di substrato culturale e al tempo stesso una proiezione di se stessi all’interno di un gruppo solido, in cui non è necessario dare troppe spiegazioni su molti argomenti perché le basi dei ragionamenti, anche quando le opinioni sono differenti, sono comunque radicate in un’unica certezza: quella di essere “maschi” contro tutto e tutti, soprattutto contro quelli che non lo sono.

Nel modo in cui certi uomini si parlano tra di loro (con le dovute eccezioni, ovviamente) mi sembra di scorgere un accordo segreto e mai svelato di mutua comprensione e rispetto, dovuti, appunto, all’appartenenza al genere maschile; quel genere che da solo costituisce un lasciapassare nel club di coloro che i privilegi li hanno da sempre e che, dall’alto della loro posizione, non ci pensano neanche un po’ a condividerli con tutti quelli che non sono come loro.

La supremazia del maschio medio

Forse questo “spirito di gruppo”, questa innata complicità è uno dei motivi che hanno sancito la supremazia del “maschio” – soprattutto del “maschio medio” – in moltissime società. Una squadra forte e compatta contro le squadre di tutti gli altri che non si conformano a loro e che non sanno neanche di far parte di un gruppo “non vincente”. Un team che riesce a tenere saldi i propri privilegi e sistemi di oppressione e che riesce a passarli alle generazioni successive senza neanche doverli concettualizzare, solo ed unicamente con l’esempio e la prassi.

Questo più di altre mi sembra una spiegazione logica ed empirica anche per quelle persone che proprio non riescono a vedere dove si annidi la logica di sopraffazione che ha governato per anni il mondo.

Lo “spirito di gruppo” porta “certi uomini” (sono esclusi da questo discorso quelli dotati di senso critico, ovviamente), ad uniformarsi a quello che fa il resto del gruppo, anche quando non ne condivide i principi o le azioni.

Come altro si potrebbero spiegare alcuni fenomeni come gli stupri di gruppo?

Foto di Jack Sharp su Unsplash

Quando si parla di uno stupratore come di una persona “psicopatica” e non come di un anello di un sistema sociale ben definito, mi viene da fare una riflessione: ammettiamo che uno “psicopatico” decida di stuprare una persona, proprio perché ha un disturbo psichico (raro, giusto?), cosa dobbiamo dedurre riguardo ai componenti del suo gruppo di amici che si uniscono allo stupro insieme a lui? O forse hanno avuto tutti la stessa idea nello stesso momento?

Mi spiego: se uno stupratore ha un disturbo clinico grave, com’è possibile che un sabato sera qualsiasi si trovi insieme ad un gruppo di amici, tutti con lo stesso disturbo clinico grave e tutti pronti a macchiarsi dello stesso reato? Sarebbe veramente una coincidenza incredibile! Neanche se si fondasse un club si riuscirebbe a mettere assieme un gruppo di stupratori con lo stesso squilibrio, più o meno della stessa età, abitanti nella stessa zona geografica e, combinazione, tutti amici tra di loro.

E allora com’è possibile che tutti si rendano complici del primo “squilibrato”? Possibile che a nessuno venga in mente, all’interno del gruppo, che si tratti di un reato grave e che, a costo di venire tacciato dagli amici come “il guastafeste”, forse la migliore cosa da fare è sottrarsi a tale situazione e dissuadere anche gli altri del gruppo?

Bene, se questo non accade le spiegazioni possono solo essere due:

1) tutti gli stupratori e aspiranti tali tendono a diventare amici forse anche in base a questo “interesse comune”

2) Lo “spirito di gruppo” ha un potere superiore a quello della ragione individuale e la volontà di conformarsi alla decisione della maggioranza, insieme alla paura di essere esclusi dal gruppo, valgono più del libero arbitrio e del senso critico del singolo.

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