Riflessione sulla violenza contemporanea e le sue contraddizioni
La riflessione sulla banalità del male, introdotta dalla storica e filosofa Hanna Arendt durante il processo al nazista Eichmann (1961), ci pone di fronte ad una realtà inquietante ovvero che il male non sempre nasce da un’intenzione malevola; non sempre è deliberato e radicato nell’indole di chi lo “agisce” ma è spesso il risultato di una combinazione di inconsapevolezza, obbedienza cieca e disconnessione morale.
Anche Albert Camus, prima di Arendt, ne “Lo straniero” (1942) ci racconta che il protagonista, Meursault, commette un omicidio privo di intenzione o malvagità consapevole, un atto che sembra scaturire dal caso e dall’indifferenza: “è successo e basta!”.

Il concetto di deindividuazione
Nel contesto odierno questa riflessione assume una dimensione preoccupante se applicata agli atti violenti, individuali o di gruppo, perpetrati da adolescenti o post-adolescenti.
Facendo riferimento soprattutto ai deplorevoli stupri di gruppo – casi assolutamente non rari e isolati, come la cronaca ci racconta – chiamo in causa il concetto di “deindividuazione”, un concetto di psicologia sociale introdotto prima dall’antropologo e psicologo francese Gustave Le Bon e poi ripreso dallo psicologo americano Philip G. Zimbardo, secondo il quale l’individuo sperimenta una perdita di consapevolezza e autocontrollo quando si trova ad agire all’interno di dinamiche sociali o di gruppo.
Tale perdita di controllo porterebbe il soggetto a compiere azioni violente dalle quali lo stesso individuo, in altre situazioni o contesti, si asterrebbe perché frenato o inibito dalle norme morali. Nell’anonimato e nella dinamica collettiva, l’empatia si dissolve e gli atti più gravi vengono percepiti come insignificanti, banali.
Il male diventa banale nel momento in cui non viene riconosciuto come tale ma appare un comportamento quasi “normale”, incentivato dal contesto.
Ai giorni nostri, riscontriamo una progressiva e disarmante perdita di empatia.
Le relazioni sociali dirette, vissute di persona, stanno cedendo il passo a interazioni mediate dai dispositivi digitali: i social, le chat e le piattaforme virtuali hanno contribuito fortemente a creare un distacco emotivo che rende facile la disumanizzazione dell’altro. Quando il confronto avviene dietro uno schermo, i sentimenti altrui diventano astratti, irreali.

I giovani e la violenza di genere
La contraddizione più evidente, quando si parla di violenza di genere perpetrata da soggetti appartenenti alle giovani generazioni, è che questi giovani sono nati e stanno crescendo in una società che si adopera per il cambiamento.
La cultura patriarcale ancora ci avvolge, ma questi ragazzi si stanno formando in un mondo in cui proliferano iniziative contro la violenza di genere, nelle sue varie forme. Nonostante l’accesso a strumenti educativi e a campagne di sensibilizzazione, assistiamo a tragedie come quella di un quindicenne che butta giù dal 5° piano la ragazza di tredici anni.
La triste conclusione a cui sono arrivata è che esiste una frattura tra ciò che la società promuove e quello che i giovani stanno interiorizzando.
Questa frattura è pericolosa ed è indispensabile prenderne atto e porvi rimedio il prima possibile altrimenti tutti gli sforzi di oggi saranno vani, dal momento che i giovani sono il nostro futuro.
Qualche domanda è necessaria
Si impone un’analisi immediata di ciò che sta provocando questa fattura; interroghiamoci su quali potrebbero essere i fattori che l’hanno determinata.
Mancanza di educazione emotiva? Esposizione alla violenza normalizzata? Isolamento sociale?
Probabilmente tutto questo e altro ancora.
La banalità del male non è un destino inevitabile. È frutto di mancanza di consapevolezza, empatia ed incapacità di capire che le azioni hanno delle conseguenze.
Abbiamo bisogno, forse, di una nuova presa di coscienza e di rivedere e aggiornare gli strumenti culturali ed educativi utilizzati fino ad oggi.
