Da qualche anno a questa parte la giornata dell’8 marzo viene vissuta in modo diverso.
Da giorno dedicato alle mimose, alle uscite tra sole donne in pizzeria o locali “a tema”, questa ricorrenza si sta trasformando sempre di più in un giorno di rivendicazione e lotta aperta contro il patriarcato e la violenza di genere.
L’8 marzo ha visto la partecipazione di tantissime persone alle varie manifestazioni tenutesi in moltissime città italiane. Non più una giornata di festa, quindi, ma un momento per sollevare l’attenzione su tutti i problemi legati alle questioni di genere: contro le disuguaglianze sociali e salariali, contro gli stereotipi di genere, contro i maltrattamenti domestici e gli abusi sui posti di lavoro, contro i sempre numerosissimi femminicidi.
In un paese che sancisce, ormai da anni, l’assoluta parità tra uomini e donne di fronte alla legge, tantissime donne muoiono ancora per il solo fatto di essere donne.
Nel documentario “Il popolo delle donne”, la psicologa, giornalista e attivista Marina Valcarenghi, spiega l’origine e la ragione di tanta violenza. Sulla base delle esperienze guadagnate nell’assistenza a pazienti in isolamento per stupro, omicidio e pedofilia, Valcarenghi propone la sua interpretazione di un fenomeno che non accenna a diminuire. Nonostante le donne siano sempre più “visibili”, sempre più rispettate sui luoghi di lavoro e sempre più indipendenti, anche dal punto di vista economico, le violenze e i femminicidi sembrano crescere ogni anno di più.

Secondo la psicologa i due fenomeni sono strettamente correlati e derivano dalla crescente paura degli uomini di venire esautorati da questa inarrestabile rivoluzione, iniziata meno di 80 anni fa.
Ripercorriamone le tappe:
1946: per la prima volta le donne vengono chiamate alle urne su scala nazionale. I risultati del referendum e delle elezioni politiche porteranno alla nascita della Repubblica Italiana e all’elezione dei membri dell’Assemblea Costituente.
1975: la patria potestà viene abolita e viene per sempre sostituita dalla responsabilità genitoriale che attribuisce i doveri verso la prole, in egual misura, a entrambi i coniugi.
1978: la legge 194 disciplina le modalità per l’interruzione di gravidanza, ponendo fine all’obbligo della maternità anche nel caso in cui questa non sia desiderata.
1981: vengono aboliti gli articoli 544 e 587 del Codice Rocco (di epoca fascista) sul matrimonio riparatore e sul delitto d’onore. Il primo prevedeva l’estinzione della pena per chi avesse commesso uno stupro ma avesse poi “riparato” sposando la vittima (costringendo quest’ultima a vivere per sempre con il proprio aggressore!).
L’articolo 587, invece, stabiliva che “chiunque cagioni la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, e’ punito con la reclusione da tre a sette anni.”
La pena era esigua per un omicidio e la sua brevità era giustificata appunto dall’ira causata dal rapporto carnale di un membro della famiglia che avesse, per questa ragione, macchiato l’onore della famiglia intera.
1996: entra in vigore la legge contro la violenza sessuale. Con la legge 66 vengono abrogati gli articoli del Codice Rocco che punivano lo stupro solo come reato contro la moralità pubblica e il buon costume e non come reato contro la persona…incredibile ma vero.
La progressiva presa di coscienza, di indipendenza e di autonomia da parte delle donne, ha creato in alcuni uomini un senso di disorientamento e perdita di potere: le donne non sono più di proprietà di nessuno, non si può più relegarle in casa e impiegarle solo alla cura dei bambini; le donne rivendicano gli stessi spazi e diritti degli uomini, vogliono fare carriera come loro e vogliono uscire e divertirsi come gli uomini hanno sempre fatto. E – cosa ancora più spaventosa – hanno delle opinioni, le esprimono con decisione e sono pronte a battersi per quello in cui credono.
Da “animaletto domestico” a popolo rivoluzionario: un mutamento radicale e velocissimo (non sono passati neanche 100 anni dal 1946) al quale moltissimi uomini non hanno saputo reagire se non cercando di mantenere le proprie posizioni di potere e privilegio. Poiché la legge e la realtà non lo permettono più, hanno trovato nella violenza l’unico modo per ribadire la proprio posizione di dominio.
E’ in questo contesto che Valcarenghi colloca alcune affermazioni di pazienti in carcere per stupro: uno di loro riferisce di aver stuprato una collega perché questa aveva dimostrato di essere più competente di lui al lavoro; un altro di averlo fatto per mettere la vittima a tacere, perché non c’è cosa peggiore per l’uomo prevaricatore che avere di fronte una donna che rivendica le proprie posizioni e, magari, ha pure ragione.
La manifestazione organizzata da Non Una di Meno Firenze si è conclusa con un atto incendiario ma non vandalico dal significato forte.
Sui versi della poetessa e attivista Cristina Torres Cáceres le parole “Se domani non torno” dello striscione portato dal corteo sono state incendiate, come atto di protesta e di liberazione.
La poesia si conclude con un’esortazione alla propria madre (e implicitamente a tutte le donne) a ribellarsi alla violenza patriarcale e a non ripiegare su una linea di difesa e paura che vorrebbe costringere le donne – con la diffusione della paura – a tornare ad essere quelle che sono state per millenni: creature “rinchiuse” in casa al servizio del coniuge e della famiglia.
Allo stesso modo la psicologa Valcarenghi spiega, nel suo documentario, che le donne non sono deboli e indifese come i media e gli uomini vogliono farle apparire. Perché hanno la forza della parola e dell’intelligenza, perché possono imparare a difendersi, perché possono denunciare.
La rivoluzione delle donne è oramai inarrestabile ed è, nella storia dell’umanità, la rivolta che può contare sul “popolo” più numeroso mai visto. E’ ora che gli uomini se ne accorgano e che rinuncino ai privilegi che per anni hanno detenuto a scapito di un popolo numeroso quanto il loro (o forse anche più numeroso).

I versi conclusivi di Cáceres riassumono il desiderio, la speranza, la rabbia e rappresentano allo stesso tempo un manifesto programmatico per tutte le donne oppresse:
“Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.”
