Sono in molti a credere che la scarsa conoscenza di talenti femminili, nella storia dell’umanità, sia dovuta al fatto che le donne non abbiano avuto accesso all’istruzione fino a pochi decenni fa. Non potendo studiare, si pensa, non hanno potuto approfondire le proprie conoscenze in campo scientifico, letterario e anche artistico.
E’ per questo che nel corso degli studi – dalle scuole elementari alle specializzazioni post-laurea – in qualsiasi campo, i nomi di intellettuali, scienziate o artiste donne, si limitano ad una manciata.
In parte questo è vero, lo sappiamo: le donne – in Italia come in tanti altri paesi – hanno avuto accesso in massa alla “cultura” e all’istruzione pochi decenni fa (fino al 1963 solo le scuole elementari erano obbligatorie e, prima del 1859 neanche quelle) ed è per questa ragione che soltanto nelle ultime due generazioni il numero di presenze femminili sta uguagliando quello dei colleghi uomini anche in materie di studio e professioni tipicamente maschili.

L’altra parte della verità

Ma questa, in realtà, è solo una parte della storia. In verità nel corso dei secoli, e non solo di recente, le donne che si sono occupate di scienze, arte, filosofia, letteratura, sono stata poche ma non pochissime e, di sicuro, molte di più di quelle che sono pervenute a noi come figure significative all’interno della loro disciplina.

Cerchiamo di ricordare le artiste e le intellettuali che abbiamo studiato a scuola (ma anche all’università!): quante ne ricordiamo? Sicuramente una manciata e non più.

Questo è successo non solo perché in molte società e in molte epoche, l’istruzione e la ricerca sono state considerate quasi un elemento di “disonore” per le signore ma anche perché, quando questo non avveniva, le donne rilevanti nelle proprie discipline incontravano la diffidenza dei loro colleghi, delle altre donne, del mondo accademico, degli editori e della società tutta. E questo avveniva con una tale frequenza che la maggior parte di esse doveva rinunciare sistematicamente ad associare il proprio nome ad uno studio innovativo o a una scoperta, cedendone i diritti ad un collega uomo.

Questa è la ragione principale per la quale i nomi di tantissime studiose o artiste sono rimasti sconosciuti ai più per decenni o addirittura secoli.

Ipazia

Già nell’antichità possiamo ritrovare donne di cultura vastissima come Ipazia, matematica, astronoma e filosofa della Grecia antica.
Ipazia divenne, nel corso della sua vita, una delle esponenti principali del neo-platonismo in un momento storico in cui la filosofia rappresentava la scienza delle scienze e racchiudeva in sé tutti i saperi. La filosofa insegnò nella scuola platonica e rappresentò il punto di riferimento principale per tutti i maggiori pensatori di quel periodo.
La sua morte, avvenuta nel contesto di una contesa tra pagani e cristiani, ha un valore simbolico che va molto al di là del valore attribuito alle lotte di fede. Ipazia morì per mano di un gruppo di cristiani che la accusarono di stregoneria, la uccisero lapidandola e ne bruciarono il corpo.
Un trattamento riservato non solo a chi si opponeva all’affermazione dei principi cristiani ma, soprattutto, a chi aveva la gravissima colpa di essere anche una donna e con una cultura fuori dalla norma. Non solo l’uccisione quindi, ma anche il vilipendio del cadavere, un gesto significativo che intendeva sottolineare la gravità della colpa e l’esemplarità della punizione.

Le donne in astronomia

Secoli più tardi, in astronomia, le donne coinvolte nello studio delle stelle e delle leggi che regolano l’universo furono, già dal XVII secolo, numerose. Ricordiamo Maria Cuniz, (1610-1664) autrice dell’Urania Propitia, in cui le leggi di Kepler vengono rivedute e corrette, poi Caroline Hershek (1750-1848) e le numerose “donne computer” di Harvard, all’inizio del secolo scorso. Tra di loro spicca Henrietta Leavitt, scopritrice della proporzionalità tra il periodo e la luminosità delle stelle variabili cefeidi, principio alla base della teoria sull’espansione continua dell’universo. La “Leavitt Law” è l’unica legge di fisica intitolata ad una donna astronoma, tanto per essere chiari.

L’antropologia

In alcune discipline, come l’antropologia, per esempio, la mancanza di considerazione per le donne penalizza queste ultime in entrambi i “fronti” dello studio: quello delle donne studiose e quello delle donne oggetto di studio.
Il ruolo della donna, come gruppo sociale, è stato così trascurato dall’antropologia per più di un secolo, da far apparire molti studi sulle popolazioni del tutto inaffidabili in quanto descrittivi di società in cui le loro popolazioni venivano identificate esclusivamente con il gruppo dei maschi adulti. In più, i criteri per i quali gli incarichi “significativi” erano di competenza dei soli uomini sono stati per decenni criteri stabiliti da antropologi uomini che hanno definito come significativi, appunto, solo i ruoli rivestiti dai maschi della popolazioni.

Fino agli anni ‘70 le donne delle popolazioni analizzate sono state molto di rado considerate come oggetto rilevante per la comprensione di una determinata società, proprio in virtù di questo principio. E quando accadeva che alcune incarichi “significativi” all’interno di una società venissero rivestiti da donne, gli antropologi si sono guardati bene dal riferirlo e annotarlo, quasi come se questa circostanza fosse una devianza dalla normalità.
Le antropologhe, numerose già dalla seconda metà del secolo scorso, lavoravano spesso assistite dai propri compagni nella raccolta e nell’analisi dei dati ma i loro studi sono spesso passati alla storia con il nome dei loro collaboratori uomini, anche nel caso in cui il lavoro di ricerca e sintesi era guidato dalle prime.

C’è ancora molto lavoro da fare

Si potrebbe andare avanti per ore analizzando tutte le discipline e troveremmo, dove più e dove meno, le stesse dinamiche.
La verità che viene fuori non è quindi solo quella di un mondo nel quale le donne che potevano studiare erano pochissima poiché quelle che raggiungevano traguardi interessanti non venivano comunque riconosciute, i loro studi venivano attribuiti ad altri e i loro nomi cadevano nell’oblio.
Solo di recente, dagli anni ‘70 in poi, grazie anche alla spinta dei movimenti femministi, molte autrici, studiose e scienziate sono state “riportati alla luce” e rivalutate per i loro meriti, ma per ognuna di esse, tantissime altre sono ancora da “riscoprire” e tantissime altre – ahimè – non verranno mai riconosciute.

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