Perchè gli uomini salgono e le donne si fermano

Il paradosso silenzioso (nemmeno tanto) del mondo del lavoro

Spesso, in molti contesti professionali, assistiamo ad un paradosso: donne capaci e preparate si fermano troppo presto negli avanzamenti di carriera rispetto a colleghi uomini che, magari con meno competenze, osano di più e si sanno “vendere” meglio.
Questo sbilanciamento è evidente già nella fase iniziale di ricerca del lavoro, quando aspiranti candidate e candidati si confrontano con gli annunci.

L’interpretazione dei criteri

Uno studio interno della Hewlett-Packard, citato dalla Harvard Business Review, ha evidenziato che le donne tendono a candidarsi solo quando soddisfano il 100% dei requisiti richiesti mentre gli uomini lo fanno anche se ne rispettano solo il 60%.
Potremmo liquidare la questione – come spesso accade – attribuendo alle donne una maggiore insicurezza e agli uomini più spavalderia. Ma la realtà è più complessa.


Nell’articolo pubblicato nel 2014 da Tara Sophia Mohr sulla Harvard Business Review emerge che il comportamento femminile non è dettato da mancanza di fiducia, bensì da un diverso approccio e da una diversa interpretazione delle regole.
Le donne, infatti, tendono a considerare i criteri di selezione indicati negli annunci come vincolanti mentre gli uomini li leggono in modo più flessibile. Di conseguenza, candidarsi senza soddisfarli pienamente, viene percepito dalle donne come una perdita di tempo, per sé e per le aziende.

L’educazione delle bambine

Questa riflessione ci spinge a guardare più in profondità: non si tratta solo di atteggiamenti individuali ma di educazione e cultura.
Fin dall’infanzia, infatti, alle bambine viene chiesto di essere posate, responsabili e ubbidienti. Ai bambini, al contrario, è concesso sbagliare; anzi li si incoraggia ad essere audaci, ad osare e ad essere competitivi.
Come scrive Elena Giannini Belotti ne “Dalla parte delle Bambine”, – il maschio spaccatutto è accettato e ci si compiace che sia così, mentre la femmina spaccatutto, dotata di aggressività e curiosità, va repressa in ogni modo perché diversa da come ci si aspetta che sia.

Gender gap o double standard?

Cosa emerge? Chi rispetta fedelmente le regole – sebbene frutto di una forzatura educativa – spesso resta indietro rispetto a chi le infrange o le interpreta liberamente.
Il sistema, costruito basandosi su modelli maschili, premia chi si espone, chi prende spazio, chi appare sicuro.

Tuttavia, come sottolineato in più di un’analisi riportate da Forbes  quando a mostrarsi sicura è una donna, questa non riceve lo stesso riconoscimento: al contrario, viene percepita come aggressiva o arrogante.
Ciò ci fa dedurre che non sono sicurezza e autostima a venire meno, ma la libertà di potersi esprimere senza essere penalizzate.
Quindi non si tratta propriamente di “gender gap” ma piuttosto di “double standard”?
Le stesse qualità, infatti, vengono valutate in maniera diversa a seconda del genere. Il sistema penalizza la sicurezza femminile e legittima quella maschile.

Facendo un passo indietro e tornando a parlare del senso di responsabilità femminile – qualità spesso scambiata, come abbiamo visto, per mancanza di fiducia – vorrei citare un altro studio, questa volta condotto nel 2016 da Credit Suisse . La ricerca ha rilevato che le aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione ottengono risultati finanziari superiori rispetto a quelle composte esclusivamente da uomini.

Donne in posizioni apicali dimostrano che un approccio cauto, ponderato e analitico produce decisioni finanziariamente positive (report del Peterson Institute for International Economics).

Tiriamo le somme

Sei insicura? Rimani indietro.
Non sei insicura ma rispetti le regole? Rimani indietro.
Non sei insicura anzi, esprimi la tua sicurezza? Sei arrogante e quindi rimani indietro.

Il gender gap nel lavoro non nasce da una mancanza di competenza né da un reale divario di fiducia tra uomini e donne. Nasce da un insieme di regole non dette, interiorizzate sin dall’infanzia, che continuano ad influenzare i comportamenti e ad inquinare la vita professionale delle donne, con il rischio che la competenza e la preparazione femminili rimangano invisibili, anche se sono lì, solide e affidabili.
Non prendiamoci, anzi, non prendeteci in giro con la narrazione individualista dell’avere più fiducia in noi stesse scaricando, su chi subisce, il peso di un sistema che va cambiato perché impari e sessista.
Colmare il gender gap non è solo una questione etica ma una questione di intelligenza collettiva, di efficacia e di progresso.
Qui ci si gioca il futuro della leadership e del lavoro.

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