Chi ha soldi spesso ha poco tempo e chi ha tempo, spesso, ha poco denaro. Una regola crudele a cui pochi riescono a sottrarsi.
Lavorare molto può significare guadagnare di più ma anche avere poco tempo per se stessi e per gli altri. D’altro canto lavorare poco lascia molto tempo libero ma poche risorse da spendere in questo tempo libero. Insomma quasi sempre un cane che si morde la coda.
Figuriamoci poi se ci si trovasse costretti in una condizione ancora più paradossale: poco tempo e poco denaro…
Immaginate di avere solo 4 ore a disposizione per lavorare e guadagnare, perché il resto del tempo dovete dedicarlo alla cura dei figli, della casa, dei genitori non più giovani, etc etc.
A fine mese vi trovereste con pochissimi soldi, sfiniti e senza tempo libero.
La divisione del lavoro nelle coppie
Se la situazione vi suona familiare allora non avete fratelli con cui condividere la cura dei vostri genitori, non avete un partner con cui condividere la cura di casa e figli oppure vi trovate nella situazione in cui si trovano tantissime donne: i vostri partner impiegano il loro tempo lavorativo in modo remunerativo e a voi hanno lasciato tutta quella parte di lavoro (casa, figli, genitori e suoceri) che, non solo non è remunerativa, ma risulta anche dispendiosissima in termini di tempo e fatica.
Se vi trovate in un rapporto armonioso e nella condizione in cui non dovrete mai affrontare una separazione, le cose potrebbero filare lisce fino alla fine dei vostri giorni: il partner penserà a tutte le spese che voi non potreste permettervi per via del poco tempo dedicato al lavoro remunerativo e lo sforzo profuso per la cura di cose e persone verrà così bilanciato…almeno sul piano economico.
Sì, perché sul piano della realizzazione personale, non tutti preferiscono dedicarsi a casa, figli e genitori anziani piuttosto che concentrare i propri sforzi in un avanzamento di carriera per uno stipendio più alto.

Le scelte forzate
Quando la prima opzione è una scelta “vera”, consapevole e non imposta dalle circostanze, merita rispetto come tutte le scelte di vita. Quando invece è una condizione che si subisce per via delle scelte del proprio partner allora è più problematico accettarlo e può portare a conseguenze disastrose in caso di separazione.
Sì, perché alla donna che si è dedicata anima e corpo ad accudire tutto e tutti, dopo un divorzio spesso rimangono dei figli che non può permettersi di mantenere da sola, un lavoro part-time che non basta a coprire tutte le spese e non da alcuna soddisfazione e una difficoltà insormontabile nel riuscire a riqualificarsi per un ottenere un lavoro decente. E la casa di cui si è presa tanta cura per anni? Beh, quella ovviamente appartiene a suo marito. Con quali soldi l’avrebbe mai potuta comprare?
E’ dura scardinare la convinzione che gli uomini abbiano per obiettivo quello di realizzarsi nel proprio lavoro e le donne quello di realizzarsi in ambito familiare, prendendosi cura degli altri.
In tantissime culture, per secoli, agli uomini è stato insegnato che attraverso lo studio e il lavoro avrebbero trovato la propria strada per realizzare i propri progetti e il supporto economico necessario per sostenerli; alle donne che avrebbero dovuto trovare qualcuno che potesse realizzarsi attraverso il lavoro e che loro sarebbero dovute essere brave a facilitare questo compito.

Una questione di approccio
Con questi obiettivi e con queste prospettive gli uomini e le donne hanno sviluppato anche una metodologia diversa nell’approccio alla vita che, in parte, rimane ancora nelle società contemporanee.
Gli uomini si focalizzano su un solo obiettivo (il lavoro, appunto, di qualsiasi natura esso sia) e tentano di farlo nel miglior modo possibile, anche quando hanno tre figli, una casa grande e i genitori malconci. Le donne cercano (non per scelta) di raccogliere i pezzi di tutte le cose iniziate e mai finite dai propri partner, di sopperire alla mancanza di tempo di cui i propri coniugi lamentano mentre perseguono il loro unico obiettivo: diventare più bravi, più ricchi e più influenti.
Nel tempo stesso in cui i mariti continuano ad accelerare nel perseguimento dei propri obiettivi, scavalcando genitori trascurati, figli non ascoltati e pavimenti non lavati, le donne si prendono cura di tutto e di tutti e, per arrotondare il bilancio familiare, al massimo si concedono un lavoro part-time.
Non è superfluo dire che le donne che si sottraggono a questo inganno e che perseguono i loro obiettivi con determinazione raggiungono gli stessi risultati degli uomini e anche loro, spesso, si trovano, per scelta o per mancanza di tempo, a trascurare cose e persone.
Ma torniamo indietro: come si finisce in uno stato di subalternità senza scampo?
Partiamo dall’inizio: la scuola. Se i libri, i media e l’educazione familiare non rappresentassero quasi sempre le donne a casa e gli uomini al lavoro, le bambine potrebbero facilmente convincersi di essere portate per tutto molto più dei bambini: iniziano a camminare e parlare prima di loro, riescono ad eseguire i compiti assegnati con maggiore velocità, chiarezza e precisione; cercano di capire a cosa servono gli oggetti che hanno di fronte invece di darli in testa ai propri compagni.
Quindi pagelle migliori, insegnanti soddisfatti, genitori tranquilli: le bambine ascoltano e capiscono, i bambini sono abbastanza bravi ma – è naturale, dicono le maestre – maturano un po’ più tardi rispetto alle bambine.
Questo vantaggio competitivo continua spesso anche alle scuole medie, alle superiori e all’università.
Le ragazze si laureano con voti alti, spesso più alti dei colleghi maschi e si presentano ai colloqui di lavoro con una certa sicurezza, fino a quando non incappano nelle due fatidiche domande: “Lei ha un compagno? Ha intenzione di avere figli?”

Nella peggiore delle ipotesi la candidata viene assunta e costretta a firmare un accordo per il quale perderà il posto se rimane incinta; nella migliore guadagna il posto perché è più qualificata dei candidati maschi ma viene pagata di meno per il solo fatto di essere donna.
Un gap irrecuperabile
Tutto questo già basterebbe a creare un gap incolmabile con l’altro sesso ma poi, a volte, la gravidanza arriva davvero, la donna rimane a casa per quasi un anno e perde terreno rispetto ai colleghi maschi che sono rimasti a lavoro senza interruzione, facendo ore e ore di straordinari pur avendo tre pargoli a casa.
Quando la neo-mamma torna al lavoro, spesso le sue mansioni sono state affidate a qualcun altro e comunque, a questo punto, è costretta a lavorare part-time perché gli asili nido chiudono alle 16:30 e non alle 18:30.
Come si fa a parlare di una società con pari opportunità fino a quando questo circolo vizioso non venga interrotto definitivamente?
Verrebbe da pensare che l’unico modo che le donne abbiano per non rimanere indietro sia quello di non diventare mai madri.
Ma non basta non avere figli: la possibilità di diventare madri è una minaccia sufficiente per ogni donna per subire un trattamento discriminatorio da parte del datore di lavoro in ogni caso.
Sarebbe interessante vedere come andrebbero le cose se tutte le donne si rifiutassero per sempre di avere figli per non rimanere vittime di trattamenti discriminatori…
