Foto di Volodymyr Hryshchenko- Unsplash

Com’è noto la medicina ha avuto per secoli un approccio androcentrico che ha relegato gli studi specifici sulla salute della donna ai soli ambiti connessi con la riproduzione. In altre parole la medicina ha studiato sempre e solo la salute e il corpo dell’umano maschio ritenendo erroneamente – o intenzionalmente?- che la donna fosse diversa dall’uomo solo per ciò che concerneva l’apparato riproduttivo, la gravidanza e la maternità.
E comunque  ancora oggi, in molti paesi, solo una piccola parte della ricerca si concentra su gravidanza e fertilità femminile.

Il mistero dell’ovaio

E’ abbastanza strano ma non difficile da credere che un “evento” così significativo per la continuazione della specie umana come la gravidanza, sia stato sempre lasciato ai margini della ricerca perché non direttamente collegato alla salute dell’individuo maschio.
Uno dei risvolti più significativi di questa lacuna della ricerca implica che l’ovaio femminile, che sovrintende alla continuazione della specie, rimane, tuttora, un organo per lo più sconosciuto.
Non è una sorpresa quindi che, finalmente, dopo anni di oblio, l’apparato riproduttivo femminile abbia iniziato a risvegliare l’interesse della scienza, soprattutto nei paesi in cui il la natalità è in picchiata.

Se è vero che il tasso di fertilità delle donne nei paesi più industrializzati è ampiamente al di sotto di quello auspicabile (2,1) per un corretto ricambio generazionale, è altrettanto vero che parte di questo problema è legato alla scelta consapevole di molte donne di non diventare madri nel periodo di vita compreso tra i 20 e i 40 anni.
Questi 20 anni – che coincidono grosso modo con l’età fertile della donna – si collocano nello stesso arco di tempo in cui le donne stesse, nei paesi industrializzati, si specializzano nei propri studi, entrano nel mondo del lavoro e si focalizzano sulla crescita professionale.
Non riuscendo a conciliare in modo adeguato il lavoro con una possibile maternità, molte donne scelgono di non avere figli o di averne al massimo uno.

Ma cosa accadrebbe se le donne potessero avere figli fino a 50 o 60 anni?

Se si potesse diventare mamma anche a 60 anni,  la “child penalty” scomparirebbe a favore di una presenza più equa, anche in termini remunerativi, di uomini e donne sul mercato del lavoro?
La domanda centrale diventa quindi la seguente: l’inizio della menopausa, e quindi del periodo di infertilità, può essere in qualche modo ritardato?

Tale quesito che sembra, al momento, una prospettiva fantascientifica, ha di recente suscitato l’interesse di un gruppo di scienziate e neurologhe che hanno concentrato i propri studi proprio sull’ovaio e sugli ovuli, per capire quali siano i meccanismi che ne regolano l’invecchiamento.

Osservando le altre specie animali e i mammiferi in particolare, le scienziate hanno rilevato che la stragrande maggioranza delle femmine rimane fertile per tutta la vita, contrariamente a ciò che accade per la specie umana.

Certo, è la prima osservazione che viene in mente, la vita degli esseri umani si è allungata nei secoli di parecchi decenni, ed è per questa ragione che le donne vivono molto a lungo anche dopo la fine del periodo fertile.

Lo studio della balena artica ha rivelato però che questa specie, un tempo meno longeva di oggi, ha visto la sua aspettativa di vita allungarsi nel corso del tempo e, parallelamente a questo, anche il proprio periodo di fertilità, che si estende attualmente fino all’età di circa cento anni.

La balena artica 

Le domande delle scienziate

Perché non è avvenuto la stesso adeguamento nella specie umana?
Le domande dalle quali le scienziate sono partite sono:
 – perché l’ovaio è il primo organo ad invecchiare?
 – per quale motivo la quantità e qualità degli ovuli diminuisce così rapidamente?
 – come mai le donne vanno in menopausa e la maggior parte degli altri animali no?
 – perché l’inizio della menopausa varia così tanto da donna a donna?

La risposta potrebbe trovarsi nei tessuti costitutivi dell’ovaio, più che nella natura stessa degli ovuli.
L’irrigidimento dei tessuti  ovarici potrebbe essere la causa principale della ridotta sopravvivenza degli ovuli all’interno dell’apparato riproduttivo. Agire sulla struttura e sulla “giovinezza” di questi organi potrebbe allungare l’età fertile di diversi anni per la specie umana.

Dopo vari esperimenti effettuati su altri mammiferi, la neuroscienziata Jennifer Garrison ha concentrato la sua attenzione sulla funzione che l’ipotalamo riveste, nel corpo umano, nel regolare l’invecchiamento di tutti gli organi e, quindi, anche sui tessuti ovarici.
In particolare ha concentrato la sua attenzione su uno specifico coenzima che ha effetti sul metabolismo e che influenza la riserva ovarica e la durata della vita riproduttiva, cercando di capire
 come lo scambio di informazioni tra il cervello e le ovaie muti con l’avanzare dell’età.

Il fine giustifica i mezzi?

Il fine ultimo dello studio è rallentare l’invecchiamento delle ovaie, ritardare l’inizio della menopausa e ridurne i sintomi, rendendoli più graduali.

L’allungamento della fertilità della donna potrebbe correggere in modo sostanziale le conseguenze della “child penalty” e potrebbe aiutare le giovani donne ad entrare  nel mercato del lavoro senza essere vittime del pregiudizio che, ancora oggi, le rende meno interessanti dei colleghi maschi, per i datori di lavoro.

C’è da chiedersi però se arrivare a dover cambiare la biologia del corpo della donna sia la strada preferibile per risolvere un problema che non ha trovato, ancora, una soluzione adeguata, attraverso provvedimenti legislativi e sostegni sociali.

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