Mia sorella si chiama Elena. Io sono più piccola di tre anni ma Elena è la più fragile tra le due, o almeno lo era. Di solito le sorelle minori cercano di imitare quelle maggiori, le prendono a modello e le seguono passo passo. Anche io seguivo mia sorella, l’ho seguita spesso, ma per proteggerla.
Le persone riservate e introverse come lei sono spesso prese di mira.
Ricordo che alle medie i suoi compagni di classe non perdevano occasione per darle il tormento.
L’aspettavano in gruppo fuori dalla scuola per prenderla in giro, quasi sempre a parole ma a volte passavano anche ai fatti. Ricordo che un pomeriggio, di ritorno dai giardini, trovai Elena rannicchiata in fondo alle scale che piangeva in silenzio mentre si massaggiava il braccio. Il giorno dopo in quel punto, sotto al gomito destro, c’era una grossa macchia viola. Le avevano fatto venire un bel livido a forza di pizzicotti. Ma lei incassava senza dire una parola.
La storia con C.
Quando siamo cresciute le cose non sono cambiate molto. Non c’erano più i bulli a farle agguati fuori dalla scuola ma sperimentò altre forme di prevaricazione e molestie.
Elena non mi ha mai permesso di difenderla; mi sono dovuta accontentare di seguirla a distanza perché la sua sfera personale era invalicabile. A volte ho avuto letteralmente paura per lei, soprattutto quando ha iniziato a frequentare C.
Non si può dire che fossero fidanzati ma si vedevano spesso mentre per me e per la sua stretta cerchia di amici Elena stava piano piano sparendo. Con una scusa dopo l’altra ci vedevamo a malapena; alle chiamate rispondeva di rado e i messaggi rimanevano non letti per giorni.
Quando finalmente li vidi insieme capii: C. l’aveva isolata da tutto e tutti; l’aveva manipolata al punto da spegnere la sua luce e la sua voce. Fui assalita dall’angoscia. Volevo aiutarla ma non sapevo come.
Annaspavo tra i giorni, le ore e i silenzi come se fossi avvolta in un lenzuolo troppo grande da cui non riuscivo a uscire.

L’inizio della rinascita.
Poi un giorno, come se qualcuno avesse ascoltato le mie preghiere, Elena mi chiamò per dirmi che C. se n’era andato, per sempre. Corsi da lei, tra sollievo e paura, per accertarmi che stesse bene.
Quando venne ad aprirmi volevo stringerla in un abbraccio ma mi dovetti trattenere: non mi sarei mai aspettata di trovarla in quel modo.
Il mostro era uscito dalla porta ma le era rimasto dentro. O forse dentro non le era rimasto nulla. Il suo corpo provato sembrava una casa disabitata. Mi si strinse così tanto il cuore che mi parve di non avere più battito. Decisi di stare da lei per un po’, almeno fino a quando non avessi rivisto la luce nei suoi occhi e capito che le stanze vuote di quella casa disabitata si stavano scaldando di nuovo. Sapevo che mia sorella stava cercando un appiglio per riemergere. Dovevo solo aspettare.
Un pomeriggio di febbraio, rientrando dal lavoro, trovai Elena seduta in mezzo alla stanza con un volantino in mano. Mi stava aspettando per mostrarmelo. “Vorrei provare” disse con un filo di voce mentre mi porgeva il pezzo di carta: “corso di boxe per amatori, prima lezione gratuita, per info contattare…”.
La svolta
Non ricordo il giorno esatto in cui mia sorella entrò in quella palestra di pugilato. Era un giorno qualsiasi di una settimana come tante altre, ma quel giorno senza calendario riscrisse la storia della sua vita.
Quando la accompagnai per la prova ci trovammo di fronte a un edificio un po’ trasandato. La facciata era scrostata e imbrattata di graffiti. La porta era pesante e cigolava. Quando la aprì ne uscì una vampata di aria umida che sapeva di gomma e sudore. Il rumore dei colpi sui sacchi arrivava da dentro come un battito irregolare. Elena si trattenne un attimo sulla soglia, sembrava stordita. Per un attimo pensai che mi avrebbe chiesto di andare via. Invece decise di restare.
Inizialmente si prese un po’ di tempo per abituarsi a questa novità e frequentava la palestra saltuariamente.
Il primo jab fu goffo, il secondo pure. Ganci e montanti non se ne parla. Le spalle erano rigide, forse tradivano la paura di farsi male o di essere ridicola. Fantasmi dell’infanzia che tornavano a tormentarla come quella volta all’uscita di scuola.
La determinazione che proveniva dal bisogno di riscatto tuttavia era più forte. Dopo poco tempo la tecnica migliorò ed Elena iniziò a sviluppare una sorta di dipendenza da quel posto decadente e pieno di energia, odore di gomma e sudore.
Gli allenamenti divennero più frequenti, tre volte a settimana dalle 19 alle 21. A oggi non ricordo che ne abbia mai perso uno.
Ogni colpo lasciava una traccia invisibile dentro di lei come se il suo corpo assorbisse un messaggio nuovo: “Io posso. Io reagisco. Io esisto.” E giorno dopo giorno, tra allenamenti di resistenza, lavoro al sacco e circuiti, Elena cominciò a scoprire quanto spazio poteva occupare, quanto peso poteva dare ai propri movimenti.

Una persona nuova
La disciplina della boxe diventava libertà: il corpo le restituiva sicurezza e riscriveva il suo rapporto
con se stessa, con lo spazio e con la paura.
A volte si tratteneva nello spogliatoio e piangeva sotto la doccia senza un motivo apparente o forse con troppi motivi tutti insieme. Forse questa nuova sensazione di libertà e di autocontrollo la sopraffaceva. Elena stava diventando un’altra persona. Una donna padrona di decidere delle proprie azioni, libera e capace di dare una direzione ai propri giorni.
Andò avanti così per mesi. Entrava in quella stanza impregnata di spasmi e di fatica e ne usciva trasformata.
La ragazza fragile che una volta si rannicchiava in fondo alle scale, silenziosa e invisibile, ora era presente in ogni gesto, forte, lucida e tenace.
Ogni diretto eseguito con decisione, ogni gancio che trovava il bersaglio, era un segno di rivendicazione, un frammento di luce restituito a se stessa.
Sono convinta che niente e nessuno sarebbe mai riuscito a compiere il miracolo che avvenne in quella palestra.
Il primo KO
Ebbi la conferma di tutto ciò un giorno in cui eravamo insieme a fare la spesa ed un tipo le si avvicinò da dietro, invadendo il suo spazio e sussurrandole qualcosa nell’orecchio. La vidi sgranare gli occhi e irrigidirsi mentre fissava immobile lo scaffale che aveva di fronte, ma sono sicura che in quel momento non vedeva altro che paura. Dopo qualche secondo di apnea trovai il coraggio di farmi avanti e intervenire ma non ne ebbi il tempo. Accadde qualcosa che per me valse più di una vittoria sul ring. Elena riprese a respirare in maniera regolare e le sopracciglia si abbassarono mentre la bocca le si contraeva in una smorfia di rabbia. Alzò le braccia in posizione di guardia con le mani aperte e i palmi rivolti in avanti, si voltò verso quell’uomo facendo un passo indietro per guadagnare spazio. Lo guardò dritto negli occhi e con voce ferma gli intimò di farsi da parte o avrebbe dovuto affrontare un
problema serio. Funzionò. Il tipo se ne andò senza ribattere. Il primo KO messo a segno dalla mia combattente. “Ho avuto paura ma non abbastanza da stare zitta.” disse.
Giorno dopo giorno, la casa vuota dentro di lei cominciava a riempirsi di presenza, e la luce negli occhi tornava a brillare, più chiara e decisa di prima.
Grazie boxe per avermi restituito mia sorella.
