
Non è una sorpresa che il thriller legale della regista e sceneggiatrice francese Justine Triet abbia già fatto incetta di premi nelle maggiori manifestazioni cinematografiche mondiali, inclusi: Palma d’oro al Festival di Cannes, miglior sceneggiatura ai Golden Globe e all’European Film Awards e cinque candidature ai prossimi Oscar.
Il dramma giudiziario ricalca solo nella struttura i film di questo genere diventando quasi subito un dramma psicologico in cui le ambivalenze dei rapporti di coppia vengono rappresentati in modo eccellente e mai scontato.
La pellicola si ambienta quasi esclusivamente in due luoghi fisici: la casa di montagna nella quale muore Samuel, il marito della protagonista Sandra e l’aula di tribunale nella quale si svolgono le udienze, alla presenza del figlio della coppia Daniel, un ragazzino ipovedente di 11 anni che, a dispetto della sua condizione e della sua età verrà sentito in aula come unico testimone della vicenda.
I 150 minuti del film scorrono senza mai far scendere il livello di interesse dello spettatore che è messo di fronte a due trame parallele: una, quella principale, che riguarda i fatti avvenuti e la ricerca della verità (suicidio o omicidio); l’altra, quella della relazione problematica tra Samuel e Sandra, che si intuisce già dai primi minuti e che si colora di sfumature diverse nel corso del processo.
L’analisi del rapporto di coppia
Ciò che emerge, accanto alla destrezza degli avvocati di accusa e difesa, è il precario rapporto tra i due coniugi, segnato dall’incidente che ha provocato, anni prima, la quasi completa cecità del bambino. Minuto dopo minuto apprendiamo che la protagonista, unica sospettata, ha mentito su alcuni dettagli importanti della giornata precedente alla morte di suo marito, nascondendo soprattutto la lite furiosa che i due avevano avuto. Una registrazione ascoltata in aula svela che la lite non si è limitata alle accuse reciproche dei due coniugi ma si è spinta fino alla rottura di oggetti e ad altre azioni che, dai rumori registrati, sembrerebbero scontri fisici.
E’ a questo punto che la sceneggiatura prende una piega inaspettata: l’incoerenza della testimonianza di Sandra non porta ai soliti colpi di scena ai quali siamo stati abituati da tante pellicole hollywoodiane. L’attenzione non cade sull’abilissimo avvocato dell’accusa e sulle battute ad effetto che potrebbero incastrare, in poche mosse, l’imputata. Ciò che emerge lentamente dalle parole della testimone sono, invece, i suoi tentennamenti, i sentimenti contrastanti, le incoerenze delle situazioni vissute.
In una cornice in cui i “ruoli” di genere sono significativamente invertiti rispetto alla consuetudine sociale, Sandra si trova a difendere le scelte fatte, che l’hanno portata ad essere una scrittrice di successo a discapito del partner che non ha saputo trovare lo stesso spazio di realizzazione personale, schiacciato tra la scarsa fiducia in se stesso e gli impegni legati alla famiglia e al figlio.
Nel flashback del litigio vengono fuori tutti i drammi personali e quelli della coppia, le incomprensioni, le aspettative deluse, l’incapacità di trovare un equilibrio tra il dare e il ricevere, la difficoltà di realizzare se stessi senza perdere di vista le persone che ci circondano, il senso di colpa, il rancore, in uno scambio fittissimo di affermazioni e accuse che lasciano lo spettatore spiazzato e incapace di schierarsi con l’uno o con l’altra.

E’ proprio in questa analisi sottile, disincantata e sincera dell’animo umano e della relazione di coppia che sta il più grande valore di questo film. Lontano dai paradigmi di un cinema oramai sempre uguale a se stesso, in cui i personaggi ricalcano ruoli sociali e di genere oramai logori nella loro prevedibilità, in questa pellicola i dialoghi non sono mai scontati e le situazioni sono così realistiche da sembrare più vere della realtà stessa. I personaggi principali sono antieroi, mai completamente inquadrabili, sempre imperfetti nelle intenzioni e nelle manifestazioni, spesso in contraddizione con le loro stesse opinioni.
La raffinatezza dei dialoghi e delle riflessioni giustifica pienamente i premi alla migliore sceneggiatura e segna una distanza abissale con il cinema mainstream in cui ogni battuta ha il compito di delineare una situazione che ha sempre una soluzione unica.
Il finale, asciutto e privo di qualsiasi autocompiacimento, lascia lo spettatore con un senso di incompletezza probabilmente voluto dalla regista: la verità delle intenzioni è l’unica che si afferma e che porta il processo alla conclusione, i tanti dubbi sollevati dall’accusa non vengono risolti pienamente e l’unica verità che sembra affermarsi è quella della volontà dei protagonisti.
