Le domande che dovremmo porci
Da un po’ di tempo – da troppo poco tempo – non si sente parlare d’altro: l’intelligenza artificiale sta prendendo piede in moltissimi ambiti della nostra esistenza, da quello dei servizi a quello della medicina, da quelli strettamente legati alla tecnologia a quelli più vicini alla sfera umana. Tutti sanno che sta arrivando ma nessuno ha ben capito come e quando e, a ben vedere neanche, perché. Se da una parte questa incredibile rivoluzione (l’ultima che vedremo come genere umano?) sembra evocare le immagini più spaventose dei migliori film di fantascienza prodotti negli ultimi quaranta anni, dall’altra viene percepita come ancora controllabile e differibile.
E mentre ci annoiamo e irritiamo ogni qual volta dobbiamo interloquire con l’assistente virtuale del sito di turno, perché lo troviamo immancabilmente rigido e di pochissimo aiuto, da paesi più o meno lontani sentiamo che ai robot oramai vengono affidati servizi di controllo e valutazione, assistenza a persone “vere” e persino celebrazione di riti religiosi.
Vi sfido a trovare una persona che muoia dalla voglia di far celebrare il proprio matrimonio ad un robot invece che ad una persona in carne e ossa.
Eppure questo inarrestabile processo di disumanizzazione viene percepito come inevitabile e inesorabile, come se a decidere come dovrebbero essere le nostre vite non sia più nostro compito e neanche delle persone che votiamo come nostri rappresentanti ma di qualche forza oscura e spietata che ha già deciso quale sarà il futuro dell’umanità.
Ci preoccupiamo dei lavoratori dell’ex ILVA e del loro destino, cosa giustissima, e, “distratti” – è proprio il caso di dirlo – da questa o quella crisi aziendale, sorvoliamo sul fatto che l’intelligenza artificiale priverà il 40% dei lavoratori del loro attuale impiego. Non esattamente un dettaglio.
Ci è stato chiesto di votare per modificare le disposizioni in merito di carcerazione preventiva (perché tutti abbiamo un’opinione precisa al riguardo, vero?) ma non veniamo chiamati per esprimere la nostra opinione sulla volontà di rimanere senza lavoro con una probabilità del 40%.
Cosa si può evitare
Viene da chiedersi se tale rischio imminente sia realmente percepito da tutti ma il grande quesito che manca è: ne vale veramente la pena? E’ proprio un percorso inevitabile? Dobbiamo per forza seguire questa strada solo perché lo sviluppo scientifico e tecnologico ce lo permettono?
Vogliamo seriamente affidare il nostro futuro a delle macchine che somigliano alla parte peggiore di noi?
Si parla in continuazione della necessità di regolamentare lo sviluppo dell’IA a livello nazionale e internazionale ma, se da un lato i governi tendono a mettere in secondo piano questo “problemino” nelle loro agende, impegnatissimi come sono a dirimere le questioni legate al MES e al PNRR, in California lo sviluppo dell’IA va alla velocità della luce, così veloce che gli stessi sviluppatori hanno chiesto una pausa per valutare con attenzione i rischi connessi alle prossime fasi di avanzamento.
Se noi umani non siamo stati fino ad ora capaci di scegliere quale sia la cosa giusta anche quando l’evidenza ce lo suggeriva senza ombra di equivoco, come riusciranno delle macchine programmate dagli stessi umani a fare di meglio?
Non credo che alla miseria della condizione umana si possa ovviare alienando la responsabilità delle scelte ad un mucchio di microchip. Forse è il momento di fermarci e riflettere su cosa sia giusto da fare, prima di arrivare ad un punto di non ritorno in cui ci resterà solo il rimorso per essere stati così incoscienti.
